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21/04/06
Intervista ad Angelo Petrella
Angelo
Petrella è nato a
Napoli nel 1978. Vive tra la sua città, Roma, Siena e Parigi. Attualmente sta
concludendo un dottorato in letteratura italiana.
Ha pubblicato la raccolta di racconti Una festa di paese
(Guida, 1999). Suoi testi poetici appaiono in antologie e riviste, tra cui Attraversamenti
(Di Salvo, 2002) e 1° non singolo. Sette poeti italiani (Oèdipus, 2006).
In ambito critico e teorico si occupa variamente di
avanguardie letterarie, di postmoderno, della poesia di Sanguineti e dell’opera
di Pirandello: suoi contributi e saggi appaiono in numerose riviste e
antologie.
Il suo primo noir Cane rabbioso
è appena stato pubblicato, nel marzo 2006, da Meridiano Zero. Il suo sito, qui.
Va di moda
il noir.
In Italia
e non solo, si dice che il noir sia romanzo sociale, adatto per scavare dentro
situazioni di disagio, di violenza e di prevaricazione, dentro la politica e
l'istituzione corrotta, dentro la mente e le abitudini della gente.
Secondo te
questa impostazione è vera? Se si, può essere applicata anche al Giallo
classico?
Il termine “noir” oggi è inflazionato perché sotto questa
etichetta si radunano troppe cose (il giallo, il thriller, lo splatter, etc.) e
si dimentica che esso è un genere letterario relativamente giovane, dotato delle
sue regole e dei suoi stereotipi, e nato per narrare storie torbide o di
marginalità. Il giallo classico, invece, è forse il più letterario dei generi
in quanti si fonda essenzialmente sul meccanismo narrativo di
investigazione/agnizione. In questo senso, il giallo costituisce un’ottima
palestra per lo scrittore noir che voglia padroneggiare le tecniche di suspense
narrativa. Il perfetto prodotto noir contemporaneo, a mio avviso, è quello che
sa esplorare l’eccesso, il limite e la marginalità sociale riuscendo a tenere
il lettore “incollato” alle pagine (i migliori esempi li si possono ritrovare
nei romanzi di Manchette, che
uniscono sottofondi politici “caldi” a storie dal ritmo serrato).
Nel mio Cane rabbioso ho cercato di fondere questi
due momenti, utilizzando il tema del poliziotto corrotto in una trama da giallo
classico.
Visto che l’hai
citato, parliamo di Cane rabbioso. Una premessa e 2 domande.
La qualità della tua
scrittura è elevata e il tuo stile molto moderno. Il libro scorre che è un
piacere e lo consiglio caldamente. Però…
1. L’ho trovato troppo stringato. Pur
avendo, a livello di trama, la potenzialità di essere un romanzo (magari
breve), hai deciso di tenerlo all’osso, praticamente un racconto. E’ solo una questione di ritmo?
E’ innanzitutto una questione di ritmo, ma non solo. Cane rabbioso nasce di per sé come
racconto, puntando tutto sul precipitare degli eventi che investono il
personaggio come una valanga. Questo effetto è ottenuto accelerando la
narrazione all’interno di una trama a incastro da giallo classico. Un romanzo
non riuscirebbe a trasmettere al lettore la medesima sensazione di frenesia e –
come ha scritto Peppe Lanzetta – lo
stesso ritmo sincopato. Ho preferito sacrificare la lunghezza della storia in
virtù della potenza della narrazione.
In secondo luogo, volevo che le contraddizioni e i paradossi
del protagonista (ad esempio, il fatto che lui sia un dirigente comunista pur
restando uno sbirro corrotto etc.) rimanessero aperti e insoluti, senza
spiegazione articolata, in modo da conferirgli uno statuto da “super-eroe”. Un
super-eroe del male, ovviamente, che porta il male a trionfare, senza
compromessi moralistici, come spesso accade a buona parte del noir italiano.
2. Spesso e volentieri Cane rabbioso ha la cadenza di un fumetto di razza. Sei
d’accordo?
Sì, sono d’accordo. Molti lettori di Cane
rabbioso mi hanno comunicato la sensazione di aver intravisto un
impianto fumettistico nella narrazione: sinceramente, lavorando alla prima
stesura, avevo più in mente alcuni autori noir francesi e alcuni registi
americani. Però credo che esista un punto di congiunzione molto importante: il
montaggio. I grandi fumetti – e in specie quelli noir o d’azione – utilizzano
ambientazioni e ritmi propri dei migliori B-movies
(penso ad esempio al “poliziottesco” all’italiana degli anni Settanta, a cui lo
stesso Quentin Tarantino confessa di
dovere tantissimo). Inoltre, il montaggio del fumetto è ricalcato appositamente
sull’ossatura della trama, senza ricamarci troppo sopra: e l’elemento
principale resta la suspense che, per la buona riuscita della narrazione, deve
essere la più alta possibile.
scuole, di giallisti
napoletani, siciliani, emiliani e via dicendo.
Perché questo forte
legame con la provincia?
Non sono così convinto della prima affermazione: è chiaro
che nel mystery esistono alcuni temi o ambientazioni ricorrenti - come in ogni
genere letterario - ma si pensi ad esempio alla enorme differenza che sussiste
tra due modi di ambientare i romanzi, pur nelle medesime metropoli, mettiamo,
di Ellroy e di Vachss.
Il giallo italiano invece, prendendo spunto molto spesso da
fatti di cronaca o da situazioni sociali scottanti, risente appunto di questo
aspetto “plurale” della sua società. Non dimentichiamo la varietà di volti
criminali che il nostro paese manifesta nelle sue differenti regioni (dai
serial killer di provincia alle baby-gang, dalla microcriminalità alle grandi
mafie del sud). Ciò influisce a volte sull’approccio stilistico, spesso
infarcito di dialettalismi, come anche sul milieu sociale trattato,
restituendoci un’“altra faccia” dell’Italia (si pensi al Triveneto corrotto di Carlotto o alla Napoli camorristica di Veraldi).
A vedere gli scaffali
delle librerie e il fiorire delle collane di case editrici grandi e meno grandi
si direbbe che il Giallo italiano stia vivendo un momento di forte espansione.
Secondo te, perchè?
Un primo motivo credo sia d’ordine strutturale e commerciale
insieme: il giallo è un genere “sicuro” per l’editore, ad alta vendibilità, in
quanto più d’ogni altro si fonda sulla suspense, sul tenere il lettore
avvinghiato alle pagine per “vedere come va a finire”. In questo senso può
potenzialmente appassionare chiunque. A meno che non si tratti di capolavori
letterari, è difficile rileggere un giallo con gli occhi ingenui della prima
volta. E ciò può creare dipendenza. Ma anche la colonizzazione culturale
americana – e la sfida competitiva che essa lancia – credo giochi la sua parte.
In secondo luogo, il nostro paese non ha mai avuto una
grande scuola del romanzo, come in Russia, in Inghilterra o in Francia. In
questo senso il giallo sopperisce a una mancanza, anche perché consente allo
scrittore di appoggiarsi su di un genere consolidato, dalle regole ferree. Infine,
in un momento storico di crisi qual è il nostro, non è da escludere che l’ansia
di una ricerca della verità - impossibile a compiersi nella realtà - si riversi
interamente nella letteratura.
Di cosa ha bisogno
oggi il Giallo italiano?
Come per ogni genere letterario esistono prodotti scadenti e
prodotti di buona fattura. Tra l’altro, se non esistesse la spazzatura, non si
riuscirebbe a scovare la letteratura di qualità. In ogni caso, non si può non
guardare favorevolmente al romanzo giallo se questo contribuisce a rilanciare
la lettura e tutto il mercato librario, in un paese come il nostro che ha il
tasso di lettori tra i più bassi di tutta l’Europa.
Il giallo italiano credo abbia bisogno di perfezionare la
sua vocazione politica e sociale, tendendo sempre più a riscoprire i luoghi
“rimossi” della nostra storia recente e passata o le situazioni più scomode
della nostra società. Negli ultimi anni sono stati fatti molti tentativi
fruttuosi, rivelatisi anche successi commerciali, anche se per lo più nel campo
del noir: mi vengono in mente innanzitutto i romanzi di Luther Blissett e di De
Cataldo, che partono dall’impalcatura del noir per puntare all’epica, e in
qualche modo toccano le punte della cosiddetta “alta letteratura”. Ecco: questa
tensione verso la collettività, verso grandi storie che riguardino gli
interessi collettivi, credo sia ciò di cui oggi più si ha bisogno, in un pease
come il nostro che cela alle sue spalle ancora così tanti misteri.
Posted by alberto giorgi in C'è del Giallo in Italia | Permalink
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